Una Carne espropriata… per dare un Nome

 

“La donna uscì dalla costola dell’uomo, non dai piedi per essere calpestata, non dalla testa per essere superiore ma dal lato, per essere uguale, sotto il braccio per essere protetta, accanto al cuore per essere amata.”(William Shakespeare)

 

nascitadiEva

“Chi pùò essere così ingenuo da credere ancora alla favola di Adamo ed Eva?” cantava Max Gazzè negli anni ’90.

Eppure basterebbe da sola questa semplice affermazione fatta 400 anni fa dal più grande drammaturgo di tutti i tempi per interrogare anche solo un po’ sula sconfinata profondità sapienziale celata dietro gli antropomorfismi del linguaggio biblico del libro della Genesi; apparentemente cosi banale, così sciocco, favolistico e anacronistico, per chi non ne sa nulla o non è minimamente interessato a scandagliarla.

Riflettevo in questi giorni sulle profondità abissali di un’espressione biblica mille volte sentita, mille volte letta ed ascoltata ma mai fino in fondo profondamente capita e assimilata,almeno da me.

La riflessione riguarda genericamente e in maniera differenziata la natura umana maschile e femminile..

Eva non nasce dalla terra come avvenuto ad Adam, ma da una ferita che essa provoca ad Adam.

Dio per crearla deve ferire l’uomo.

L’ uomo trova e può trovare la propria donna spesso soltanto attraverso la ferita che essa stessa gli provoca.

“Allora il Signore Dio fece scendere un torpore sull’uomo …gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto.”(Gen 2,21)

La Donna quindi non solo nasce da una ferita dell’uomo e da una sua costola, ma dalla carne stessa dell’uomo. Dio per dare ad Adam la sua donna dovrà espropriarlo di un pezzo della sua carne.

L’uomo per riceverla dovrà essere pronto ad espropriarsi, a farsi prima ferire e poi espropriare di un brandello della sua più profonda intimità, a farsi interiormente mutilare, dovrà essere disposto a subire una vera e propria circoncisione della sua natura carnale più intima.

Il Signore ha voluto che Adam ritrovasse in sua moglie la sua stessa carne espropriata e poi, in lei, trasfigurata.

Dio ha voluto per Adam che l’immensità vertiginosa del dono della carne di sua moglie e di poter essere Uno(“Echad”) con lei,  passasse prima per la mutilazione di un trancio di quella sua stessa umanità più intima e profonda.

Proprio come la Carne di Cristo è stato necessario che fosse espropriata dalle Sue mani, dai Suoi piedi e il Suo sangue dal costato, per generare la sposa-Chiesa.

E’ il modo con cui Dio pota gli sposi o i fidanzati, particolarmente l’uomo, e’ il modo con cui Dio fa le cose Grandi e da valore alle cose Immense che fa che, proprio perche’ sono tali, portano necessariamente in filigrana il riverbero della Sua Croce Gloriosa.

Ma se il problema più grande per Adam è quello di lasciarsi mutilare intimamente nel proprio egoismo per ritrovare in Eva la sua stessa carne trasfigurata, quello di Eva, anche al giorno d’oggi, sembra essere un altro: quello di lasciarsi dare il nome da Adam, quello di accettare di avere un’umanità, una carne, da lasciar “nominare” da qualcun altro.

Si dice che la donna al giorno d’oggi non accetti più di essere “chiamata”soltanto madre e sposa…Che cerchi per questo un’identità, un’autosufficienza e un’autoaffermazione anche nella carriera…

Penso che sia un’affermazione vera solo in parte o che comunque nasconda una verità assai più profonda di questa.

La facoltà di dare un nome a tutti gli esseri viventi era stata infatti consegnata dal Creatore stesso ad Adam già nel capitolo 2 di Genesi e di per se appare come cosa buona, molto buona:

“in qualunque modo l’uomo avesse chiamato ognuno degli esseri viventi, quello doveva essere il suo nome” (Gen 2,19).

Cosi Adam applicherà quella stessa facoltà ricevuta da Dio alla sua sposa Eva:

“L’uomo chiamò la moglie Eva, perché essa fu la madre di tutti i viventi.”(Gen 3,20)

Il problema quindi non risiederà tanto in questa attribuzione che l’uomo darà a sua moglie,ma nel fatto che il nome che Adam darà ad Eva avverrà immediatamente dopo il peccato (nel 3° capitolo di Genesi appunto).

Il nome che l’uomo darà alla sua donna subito dopo quell’evento sarà dunque già deturpato da questa macchia e ferito da questa offesa.

Effettivamente il nome Eva significa “Colei che da la vita” e contiene in se sia la dignità sponsale che quella materna. Il peccato ferirà entrambe.

E’ l’uomo che, anche al giorno d’oggi, sostituisce queste due eccelse colonne della dignità femminile a cui lui è chiamato a dare il giusto nome che meritano, con surrogati penosi e miserevoli feriti dal suo proprio egoismo.

Così, solo per fare un semplice esempio il nome di sposa sostituito con quello di amante, serva, concubina,prostituta,convivente etc.. contiene in se i germi di una menzogna, di una ferita nell’amore identici a quello che l’eccelso nome di madre ha se rimpiazzato con: “donatrice di ovuli”, gestante, “madre surrogata”, “latrice di utero in affitto”….

La donna nella sua intimità più profonda sente questa ferita che viene dall’egoismo dell’uomo e nell’autoaffermazione della sua identità ne cerca invano una compensazione alternativa.

La verità è che quello che da sempre cerca il cuore di una donna è sentirsi chi-amare madre e sposa dall’uomo nella Verità ; cioè nell’abisso vertiginoso di bellezza e altezza che tali due nomi contengono in se.

La verità è che quello che da sempre cerca il cuore dell’uomo è di sentirsi espropriare della sua stessa carne malata ed egoista chiamando la sua sposa col nome che le è degno per imparare ad amare amandola.

L’esproprio di una carne (per l’ uomo) e di un nome (per la donna) perché “il Verbo si faccia carne in loro è quindi il vertice dell’inarrivabile mistero trinitario e sponsale che racchiude in se questa mutua donazione e privazione.

Così l’affermazione di San Paolo:

“Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.”(Efesini 5,22)

Che a noi tutti figli della Rivoluzione Francese appare così maschilista e scandalosa nella pretesa di soggezione e nella mancanza di “egalitè”  è in realtà strabordante di questa stessa sapienza ancestrale perché vincola quella stessa “sottomissione” all’amore a cui sono chiamati i mariti nei confronti delle proprie spose che deve raggiungere il limite esorbitante della donazione totale della propria vita:

“….E voi, mariti, amate le vostre mogli, come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei” (Efesini 5,25)

A ben guardarla l’espressione “sottomessa” che usa san Paolo ben lungi da quella venatura schiavistica che gli attribuisce il banale senso comune indica in verità nel senso originale  “colei che è messa sotto” e cioè che è il pilastro, la colonna portante, l’architrave, la pietra angolare che regge e sostiene con la sua indispensabilità tutta la famiglia.

Un’ultima cosa compare nella “favola” di Adamo ed Eva ( e chissà se Gazzè lo saprà mai):

Eva compare alla fine della creazione, quasi a sigillarne il capolavoro.

Le più grandiose meraviglie, le più grandi opere d’arte sono sempre l’esito definitivo di un lungo e faticoso processo creativo e arrivano sempre per ultime per stigmatizzarne il valore e la unicità.

La donna comparirà alla fine della creazione, il sesto giorno, persino dopo l’uomo, perché è il vertice dei capolavori di Dio.

Avrà la stessa dignità dell’uomo (e questo è contenuto nel termine di derivazione sumera “tsela”tradotto dalla vulgata con “costola”) ma in un certo senso sarà il capolavoro più splendido del Signore.

Il nome Maria (Miryam) sembra che sia di origine egizia e mutuato nell’ebraismo significhi “Myr Yhwh”  “Amata da Dio”

Sarà infatti Maria, la nuova Eva, a incarnare il vertice di tale Bellezza.

Sarà la Sua Maternità a divenire modello e vertice di ogni maternità.

Sarà il Suo Matrimonio Verginale con lo Spirito Santo e con Giuseppe a divenire insondabile mistero di Amore divino fatto Carne e al contempo vertice eccelso di Amore umano.

Sarài Tu a dare compimento e pienezza a quella Bellezza riflessa nella speranza degli sguardi limpidi di ogni donna, eternamente desiderosi d’essere chiamati “amata” …come Te.

Leonardo

 

 

 

Una Carne espropriata… per dare un Nomeultima modifica: 2018-11-03T02:48:07+01:00da gerbertus
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