L’Amore..non si adira

“Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli,ma non avessi la carità,sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che tintinna.
E se avessi il dono della profezia,se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla.
E se anche dessi in cibo tutti i miei beni e consegnassi il mio corpo, per averne vanto,ma non avessi la carità, a nulla mi gioverebbe.
La carità è magnanima, benevola è la carità;non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio,non manca di rispetto, non cerca il suo interesse,non si adira, non tiene conto del male ricevuto,non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità.Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta.La carità non avrà mai fine.”(1Cor,13)

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 “L’Amore non si adira”

Meditando l’inno alla Carità di san Paolo non si può far a meno di commuoversi, pensando alla vertigine di Luce di questo testo strepitoso.

Come Stella Polare dello Spirito ha avuto ed ha la forza soprannaturale di illuminare generazioni intere.. per millenni, andando ben oltre gli steccati della storia, dei continenti, delle religioni delle culture e del Cristianesimo stesso.

Si potrebbe leggerlo, rileggerlo e leggerlo ancora fino a impararlo a memoria e a farlo proprio come il cibo che diventa carne con noi ogni giorno…ma non basterebbe…

Si potrebbe meditarne ogni singola parola, tentando di sviscerarne il più possibile il suo contenuto di Luce scoprendoci sempre e ancora più disarmatamente impotenti dall’ulteriore abbassamento del suo livello di profondità…Come lo sarebbe un esploratore degli abissi marini che tentando di cercare il fondo di un Oceano insondabile scoprisse all’infinito un ulteriore livello nel basamento del fondale già scandagliato,sempre più ricco e profondo di quello conosciuto.

Essendo parola di Dio esprime infatti in Spirito contenuti che superano di gran lunga l’uomo, tutte le sue facoltà la sua scienza e il suo stesso mistero.

Ogni parola, ogni singola parola racchiude infatti una vertice di ricchezza che se approfondita anche solo in minima parte senza usare eufemismi: abbaglia.

Oggi volevo provare anche solo un po ad approfondirne una sola espressione:

“L’Amore non si adira”

Apparentemente  e superficialmente sembra una frase scontata…L’amore non si adira certo, è ovvio…Quando vogliamo veramente bene a qualcuno l’ira sembra entrarci davvero poco…Siamo sempre pronti a perdonarla a superare i suoi difetti o le ferite che questa ci ha provocato… Ed è effettivamente proprio cosi.

Solo che il testo non significa propriamente questo… o almeno non questo soltanto.

L’ira nel testo greco con cui è scritto l’inno è espresso dal termine “paraoxus”: che viene da para (oltre, oltremodo) e da oxsus (acido, affilato) potremmo così tradurre con “oltremodo acido”. L’espressione significa quindi letteralmente: l’amore non diventa “acido oltremodo” ed esprime quindi un processo degenerativo di una cosa in un aspetto acido.

L’atto dell’adirarsi che concepiamo noi quindi si può considerare come il vertice, l’acme di questo processo corrosivo che però è molto più ampio e complesso di quello che noi semplicemente definiamo con ira.

La Carità non si adira…. Con questo senso diremmo noi a Roma: “non pija d’aceto”.

Gìà…..E’ interessante rifletterci ….

Cos’è l’aceto e da dove viene?

Per sua natura l’aceto nasce dal frutto biblico più buono per eccellenza: il vino, che esprime biblicamente una realtà di amore umano (le giare che a Cana lo contengono prima del miracolo) o divino (dopo il miracolo).

L’aceto quindi non nasce da una cosa cattiva ma nasce da un processo corrosivo e degenerativo del più buono dei frutti biblicamente parlando…Dal frutto per eccellenza immagine dell’amore destinato a trasformarsi, con la transustanziazione, nel Sangue di Cristo stesso.

Che potenzialità strepitosa e antitetica è stata rinchiusa nella natura del vino: la possibilità di degenerare nell’aceto o di innalzarsi trasformandosi nel sangue di Cristo!!

A ben rifletterci…. È l’immagine della nostra stessa potenzialità.

Quante volte mi sono interrogato su questo…

Quante coppie o persone che dicevano di “amarsi” che precipitate nel processo di acidificazione sono finite per ignorarsi (nel migliore dei casi) quando non a disprezzarsi se non addirittura a odiarsi…

Perché?

E apparentemente sembra addirittura che quanto più era grande questo bene, quanto più erano grandi gli otri che contenevano questo vino,tanto più grande è lo stupore nel constatare la quantità di aceto che poi da li si è venuto a formare…

La macchina commerciale poi ha mercificato questa inclinazione del cuore dell’uomo: basta pensare a film come “La guerra dei Roses”, alle infinità di telenovele imbevute di questo processo acido e acidificante, a trasmissioni televisive che nascono dalla manipolazione deliberata di questo aspetto della natura umana dove si inducono surrettizziamente le persone al litigio per fare audience… O a persone che su questo hanno addirittura costruito la loro immagine, il loro personaggio televisivo (basta pensare a un Vittorio Sgarbi per citarne uno soltanto..)

E’ una verità così patentemente sedimentata nella nostra cultura che essa stessa ha coniato categorie come quella delle “zitelle” che sono considerate acide per “definizione”, acidificatesi per non aver potuto vivere la gioia della maternità o del matrimonio.

Ma se il principio esprime una verità generale della natura umana è altrettanto vero che non si può mai e in nessun caso applicarlo indistintamente alle persone, uccidendole, e intrappolandole in uno schema che per quanto vero in generale non può spiegare e circoscrivere mai e in nessun caso le ragioni e la complessità delle singole persone nel bagaglio del loro vissuto.

Osservando questa realtà neppure la pratica della preghiera o della pia vita religiosa e contemplativa sembra sufficiente da se a eludere che si inneschi questo processo corrosivo del cuore: si può pregare dalla mattina alla sera, ci si può nutrire di eucarestia tutti i giorni, confessarsi tutte le settimane, sgranare decine di corone del rosario ogni giorno ma farsi drammaticamente acidificare dalla vita e dalle sue croci…Quante se ne vedono di persone così… semplicemente ..“religiose” ma  non cristiane:“innamorate” cioè del Signore del prossimo e della vita.

Quanti se ne vedono di cristiani così..

Esistono e sono innumerevoli i casi di suore drammaticamente “acidificate”, così pure di sante e pie donne religiose o non, che da questo meccanismo non si sono lasciate inghiottire.

Esistono donne nubili che nonostante la mancata maternità o il matrimonio non sono mai veramente divenute “zitelle” così come religiose che nonostante la pratica della preghiera e dei sacramenti quotidiani esprimono in ogni  aspetto del loro atteggiamento la realtà di un vino che il tempo ha trasformato inesorabilmente in aceto.

Ma è davvero inesorabile questo processo, questo destino?

L’amore umano davvero quando non finisce come a Cana sembra inevitabilmente e inesorabilmente destinato ad acidificarsi? (Nel migliore dei casi almeno saltuariamente..)

Vi riconsegno, così come l’ho ricevuta io la risposta che mi è arrivata un giorno direttamente dal centro del tabernacolo durante un’adorazione, senza che mai prima avessi posto la domanda direttamente al Signore.

Ricordo che da bambino dopo il periodo della vendemmia con mio nonno imbottigliavamo tutto il vino che avevamo prodotto..

Ettolitri ed ettolitri di vino…

Come conservarli? Come poter conservare nel tempo il vino più buono contenuto nello scrigno del nostro cuore? :

due dita di olio per conservare centinaia e centinaia di litri di vino….

Non esiste un modo naturale migliore di questo …ovunque…da sempre.

La risposta alle domande sopra poste è inesorabilmente: SI.

Esiste sempre un momento, un giorno in cui nella relazione (che sia di coppia o di qualunque altra natura) con gli altri prima o poi il vino …. Finisce… in cui l’amore umano non basta più…

In cui umanamente appare manifesto che non c’è più nulla da fare…

Arriverà prima o poi, deve arrivare, e non si può impedire che questo accada.

E a ben  pensarci …. È anche davvero un bene che sia cosi…

La fine del vino è un dato reale, ineludibile, ineliminabile dalla realtà ed è stolto e utopistico pensare che non sia così.

E se l’amore umano nelle relazioni prima o poi finisce, quando non è vissuto e resta nelle giare dei nostri cuori prima o poi per processo naturale inesorabilmente…acidifica.

Anche questo è un dato reale ineliminabile da cui non si può prescindere.

Il vino dell’amore umano, proprio come il vino naturale per sua specie se lasciato così non può non diventare aceto.

Esiste però un modo soprannaturale per conservare saporito questo vino, per conservarlo buono nel tempo: ed è quello di permettere che entrino nelle giare del nostro cuore due dita dell’Olio della Grazia.

E’ interessante notare che se in quel para-oxus” con cui il testo greco traduce “adirarsi” nell’Inno alla Carità, l’oxus vuol dire acido, affilato. L’olio invece sia in latino che in greco derivano da leios che significa liscio. L’olio quindi ha la facoltà di rendere liscio ciò che è affilato e di conseguenza saporito ciò che è acido.

Anche biblicamente l’olio rappresenta una realtà profumata (spesso è un cosmetico), che permea, ricopre, sigilla, la natura spirituale delle cose predisponendole alla relazione con Dio, che ne innalza la natura conferendogli la facoltà di essere toccate dalla Grazia.

Con l’olio si ungevano i sacerdoti, i Re e talvolta i Profeti, che da quel momento in poi acquisivano una nuova natura…una nuova dignità, impregnata della relazione con Dio.

Il Messia era per definizione nel mondo semitico “l’Unto”…il Cristo… il Figlio di Dio.

Lasciarci ungere nelle giare del nostro cuore dall’Olio della Grazia permette di conservare il vino dell’amore umano nel tempo permettendo, com’è avvenuto a Cana, che esso si trasformi in amore divino.

Ma come permettere che accada tutto questo?

La Grazia è per definizione l’Amore di Dio che gratuitamente viene donato a chi lo chiede e che, li dove si impregna, ridona sapore all’acqua trasformandola in vino, non permette al vino dell’amore umano di acidificare, e col tempo consente persino al vino un processo di invecchiamento tale che ne innalza la qualità, ne sublima la fragranza e ne raffina il sapore.

Già, proprio così: lasciarsi ungere dall’olio della Grazia permette non solo di non acidificare, ma di raffinarsi interiormente lasciando che il vino contenuto nel nostro cuore si impreziosisca e si elevi di valore e di qualità. Esattamente come la castità è la virtù che consente all’amore umano di sublimarsi elevandosi e che, mantenendo l’integrità della persona, consente di poter consegnare in pienezza l’integralità del dono di se all’altro.

Ma per potersi lasciare ungere dall’olio della Grazia è indispensabile chiederlo…E’ necessario sentirsi sempre insufficienti da soli…. Occorre sentirsi sempre bisognosi di essere, toccati, sanati, guariti, unti…

Non è sufficiente pregare o ricevere meccanicamente i sacramenti…Bisogna sentirsi costantemente dei poveri in spirito, degli “ptochos” come nel testo greco delle beatitudini, cioè dei “mendicanti”, continuamente assetati e necessitanti di essere arricchiti e trasformati dall’Amore di Dio.

Occorre cadere in ginocchio per chiedere a Dio il dono di quest’Olio. E’ interessante che l’etimologia della “berakah” della benedizione, in ebraico ha la stessa radice della parola ginocchio. Si può ricevere l’Olio della Grazia di Dio soltanto piegando le ginocchia del nostro orgoglio. Non è possibile essere toccati da quest’Olio di benedizione senza avere l’umiltà di aver scelto di cadere in ginocchio.

Gli orgogliosi, i superbi, quelli che credono di bastare a se stessi, quelli che non vogliono chiedere mai scusa… Non lo riceveranno mai.

“L’Amore non si adira”…cioè non inacidisce .

L’aceto nasce dall’azione di alcuni tipi di batteri che ossidano l’etanolo contenuto nel vino.

E’ interessante che quegli stessi batteri che produrrebbero la fermentazione del vino trasformando gli zuccheri dell’uva e del mosto in alcool in assenza dell’olio reagiscono con l’aria e ossidandosi generano l’aceto.

Quei batteri che nel vino generano l’aroma, ne affinano la qualità, ne aumentano la complessità raffinandone il gusto sono quegli stessi che senza l’olio (o i solfiti che si aggiungono oggi) generano l’aceto.

L’aroma o l’acidità del vino è prodotta dagli stessi batteri.

Dentro il cuore dell’uomo accade la stessa cosa:i batteri della fermentazione nell’amore o di acidificazione (dell’io) sono gli stessi… e sono le croci, le sofferenze presenti in ogni cuore, in ogni amore, in ogni rapporto, in ogni vita.

E’ il processo con cui vengono trattati che cambia completamente la loro natura.

È il modo con cui viene trattato il mosto che cambia completamente l’esito organolettico del frutto che produciamo.

Il mosto di per se è una poltiglia incompiuta che ha la potenzialità di divenire qualunque cosa: il vino più raffinato o l’aceto più imbevibile.

Possiamo rimanere prigionieri dei nostri orgogli, delle nostre solitudini, delle nostre delusioni, acidificare e sprecare tutta la sofferenza che abbiamo vissuto…. O uscire da noi stessi, cadere in ginocchio, chiedere l’olio della Grazia e lasciarci fermentare dall’Amore di Dio lasciando che Lui sublimi le nostre solitudini, renda lisce le nostre asperità, plasmi con lo scalpello della croce la roccia del nostro orgoglio e della nostra umanità facendo di noi un Suo Capolavoro.

Se un inerme blocco di marmo è potuto diventare un opera d’arte capace di estasiare per secoli milioni di uomini per bellezza e intensità com’è accaduto per la Pietà scolpita dalla mano di Michelangelo, cosa può esserne di noi se lasciamo alla mano di Dio di scolpire la pietra del nostro cuore?

Non è la quantità di batteri, di frustrazioni, di sofferenze, di croci, a rendere aceto il vino nel nostro cuore, perché è proprio a causa di quella stessa quantità che è racchiusa in noi la facoltà di divenire bevanda unica,impareggiabile,la più squisita mai bevuta da alcuno.

Leonardo

 

L’Amore..non si adiraultima modifica: 2016-04-04T17:05:12+02:00da gerbertus
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